FUNCTIONAL TRAINING La preparazione muscolare “deve” avere un approccio in un’ottica di globalità. Il concetto di allenamento è troppo spesso considerato “lineare”, nel senso che si va a creare un condizionamento di quel distretto muscolare con il solo scopo di aumentare la capacità dello stesso di esprimere maggiore “forza” lungo il suo ROM (Range of Motion). Per forza intendo l’espressione completa del termine, quindi forza veloce, esplosiva e massima. Questo determina senz’altro un aumento delle capacità allenate ma… Un soggetto qualunque svolge svariati movimenti nello spazio che gli permettono di impostare qualsiasi tipo di relazione con l’ambiente circostante; quando queste capacità di adattamento sono limitate o addirittura interrotte, come spesso accade dopo un intervento chirurgico o un infortunio che resetta “momentaneamente” le afferenze propriocettive (ovvero i segnali informativi che provengono dalla periferia verso il Sistema Nervoso Centrale SNC), il nostro sistema di elaborazione dati non riuscirà più a controllare le innumerevoli afferenze che provengono dai muscoli, determinando una perdita di equilibrio, quindi una scarsa gestione del corpo nello spazio e una carenza di stabilità. Una situazione di disagio, purtroppo, si verifica quando queste mancate capacità di adattamento si presentano in soggetti “strutturalmente” sani o addirittura dotati di capacità fisiche anche molto sviluppate come gli sportivi di altissimo livello. Ciò comporta che: quando questi soggetti si trovano in condizioni dove si presentano richieste di stabilità non possono ovviare a questa destabilizzazione e nel migliore dei casi crollano al suolo, mentre se la situazione è estrema come il controllo del peso corporeo su di un solo arto, a seguito di una caduta, o addirittura solo sul busto, il soggetto andrà incontro ad infortunio che peggiorerà ancora di più la condizione di precaria stabilità creando i presupposti per uno “stop” dei progressi nella disciplina, se si tratta di un atleta, o semplicemente vizi posturali con conseguenze di degenerazione nei distretti interessati dallo stress, soprattutto in persone non allenate. Qualcuno ci ha insegnato che i mali vanno prevenuti e non curati, quindi: creare i presupposti per contrastare una condizione di scarsa stabilità, deve essere prerogativa di ogni allenamento che mira ad aumentare le capacità funzionali dell’atleta o di un qualsiasi soggetto dedito al fitness. Oggetto di studio nella scienza della riabilitazione è stato il miglioramento della funzionalità del distretto anatomico “riabilitato” rispetto a quello “sano”. In altre parole si osserva che alla fine o già durante un periodo di recupero funzionale settoriale, quindi non globale, si manifesta un incremento delle capacità di quel segmento rispetto alla controparte sana. Sembra assurdo ma quando, per esempio, un arto è messo fuori uso per un infortunio, dopo un adeguato nonché funzionale recupero, l’arto stesso ritorna addirittura migliorato rispetto al periodo precedente l’infortunio. Questo avviene perché, durante la riabilitazione, vengono utilizzate tecniche che hanno come obiettivo quello di recuperare “tutte” le funzioni che potenzialmente sono andate perse. Si recuperano quindi quelle serie di condizioni che permettono all’individuo di relazionarsi a 360° e su tutti i tre piani dello spazio con l’ambiente circostante. A questo punto nasce spontaneo domandarsi il perché un tale tipo di approccio non possa essere applicato a tutti i distretti corporei sani con obiettivo principale quello di recuperare e quindi poi incrementare le capacità stabilizzanti e funzionali dell’intero corpo. è qui che entra in gioco in concetto di “Ginnastica Funzionale Globale” o dai suoi pionieri il “Functional Training”. A mio avviso una definizione per tale metodologia può essere la seguente: “la massima espressione del controllo del corpo nello spazio con ricorso ad elevate capacità stabilizzanti e adattative a sollecitazioni imposte dal contesto esercizio.” In altre parole è una continua ricerca di equilibrio che utilizza come strumento di base la propriocezione attraverso tutta una serie di muscoli profondi intrinsechi alle articolazioni, per il mantenimento della posizione durante l’esecuzione del movimento. Le sollecitazioni di questi muscoli profondi, incrementeranno le potenzialità di un gesto atletico, il quale senza l’ausilio di questi “stabilizzatori” potrebbe risultare carente. Nell’allenamento funzionale si cerca quindi la stabilizzazione reclutando quei muscoli che in esercizi classici intervengono in percentuali molto ridotte o quasi nulle. Questo tipo di approccio necessita di un lavoro sui tre piani dello spazio: Frontale, Sagittale, Traverso. la preparazione muscolare ha un’ottica di globalità; ciò depone a favore che i sistemi di allenamento vanno integrati al fine di aumentare tutte le capacità fisiche, quindi integrare il functional training ai classici esercizi di muscolazione nel fitness può rivelarsi un binomio molto potente. Questo significa, nel caso del Body Building, che il soggetto avrà maggior capacità di esecuzione degli esercizi, il che comporterà un aumento dei carichi utilizzati quindi incremento dell’intensità degli allenamenti con aumentata crescita muscolare. Il concetto di stabilizzazione è costantemente applicato in palestra. Basti pensare l’enorme difficoltà che si ha quando si passa da un esercizio come il bench press a quello delle distensioni con i manubri. Un soggetto che alla panca orizzontale riesce a sollevare 100kg, compreso di bilanciere, per 10 ripetizioni, difficilmente riuscirà ad eseguire 10 ripetizioni nelle distensioni con i manubri con 50 kg; eppure stiamo parlando sempre di 100 kg in totale! Tutto sta nella stabilizzazione durante i movimenti. Si potrebbe integrare, in questo caso, un esercizio di functional training al classico allenamento di panca e distensioni. In questo caso tornerebbero molto utili i “pusch-up sulle palle mediche” o le sue varianti in base al gradi di difficoltà e capacità del singolo individuo. Fig 1 pusch-up su medicine balls Questi movimenti, creano una condizione di destabilizzazione che obbligano i muscoli intrinseci della spalla a creare la condizione di equilibrio per l’esecuzione dell’esercizio; ciò determina un aumento di forza nei “fissatori” dell’articolazione che comporterà un aumento di forza quando si ritorna alle distensione con i manubri. In tantissimi libri dove si parla di bench press, gli autori, almeno quelli più attenti, consigliano di allenare con criterio la cuffia dei rotatori della spalla, i quali, in qualità di fissatori e “protettori” dell’articolazione, aumenteranno la performance nella panca orizzontale. Muscoli intrinseci come quelli appena citati, sono distribuiti anche in altre grandi articolazioni nonché lungo tutta la colonna vertebrale. Basti pensare ai muscoli che circondano l’anca per capire quanto essi assolvano al compito di stabilizzatori. Fig2 Anatomia dei muscoli dell’anca Le basi per un corpo solido, risiedono negli arti inferiori, quindi in principal modo nei muscoli della caviglia; ma ciò che permette ad un corpo di essere stabile è senza dubbio il tronco, inteso come insieme di muscoli e ossa che vanno dal bacino all’occipite lungo tutta la colonna nonché dal bacino alla gabbia toracica. Queste strutture anatomiche per la loro importanza nella stabilizzazione hanno fatto sì che si introducesse un altro concetto dell’allenamento funzionale ovvero quello del “Core training”. In esso si definisce la primarietà della funzionalità dei muscoli del tronco al fine di ottimizzare qualsiasi gesto che richieda stabilità. Se ad esempio in uno squat libero con carico abbastanza elevato, il “core” non è solido, non solo si rischia di cadere ma addirittura creare dei seri problemi alla schiena. In questo caso, per esempio, ritornerebbe utile un esercizio come il “Bridge su swiss ball” ed il “Hip lift su swiss ball”, dove nel primo per il mantenimento della postura si ricorre ad un controllo del corpo sui tre piani dello spazio attraverso contrazioni continue dei muscoli del core nonché della muscolatura della spalla, del torace, del dorso, delle braccia, flessori dell’anca fino alle caviglie; in definitiva un lavoro di un bel po’ di muscoli! Fig 3 Bridge su swiss ball Nell’ “Hip lift” si ricorre maggiormente al controllo tramite i muscoli intrinseci dell’anca e delle caviglie, nonché gli ischiocrurali, bassa schiena e paravertebrali fino alla nuca, quindi l’intera catena posteriore. Fig 4 Hip Lift su Swiss Ball Quando tali muscoli, allenati con i suddetti esercizi, si ritroveranno chiamati in causa per affrontare nuovamente importanti movimenti come quello dello squat, assolveranno in pieno al loro compito di stabilizzatori nonché fissatori, permettendo un aumento della stabilità nel movimento quindi anche l’uso di carichi più importanti. Nel functional training il principio della progressione è estremamente importante, come d’altronde in ogni altra metodica di allenamento, quindi è doveroso iniziare con esercizi basilari che di volta in volta saranno resi più complicati ed impegnativi al fine di eseguire movimenti che possono sembrare “impossibili” a persone non adeguatamente allenate. L’allenamento funzionale può essere un mezzo potentissimo per incrementare la performance di ogni atleta in ogni specialità e va usato comunque con criterio al fine di evitare spiacevoli infortuni e, soprattutto, sotto la supervisione di un preparatore fisico che, quando riterrà opportuno, incrementerà la difficoltà degli esercizi intensificando le sessioni di allenamento. Il functional training nella preparazione atletica può davvero fare la differenza!